tribunale-milano-e1433412592847.jpg

Corruzione, i grandi scandali impuniti. Da Expo al Mose a Mafia capitale, quando il patteggiamento salva dal carcere

Condannati, a volte rei confessi, per i più grandi scandali degli ultimi anni. Eppure liberi, o affidati in prova a servizi sociali.

In alcuni paesi del mondo la corruzione è punita con l’ergastolo o anche la pena di morte. Casi estremi, lontani dalla civiltà giuridica italiana. Ma forse non tutti sanno che anche il nostro codice penale – tra uno spacchettamento e una depenalizzazione – punisce più o meno severamente la corruzione: basti pensare che nei casi più gravi – per esempio la corruzione in atti giudiziari aggravata – la pena massima può arrivare a 20 anni.

Eppure tutti i grandi scandali dove gli appalti sono stati inquinanti da bustarelle, dove i soldi pubblici a volte sono stati utilizzati per finanziare campagne elettorali, dove i colletti bianchi ubbidivano a logiche da criminalità organizzata, si sono dissolti in pene che raramente superano i 3 anni. E in carcere, corrotti e corruttori, nella maggior parte dei casi ci sono finiti soltanto prima di essere giudicati: in regime di custodia cautelare.

Senza contare che in qualche caso, vedi Primo Greganti per Expo, i condannati non hanno neanche iniziato a scontare la pena perché a due anni dalla sentenza non è stata stabilita ancora la sua esecuzione. Che probabilmente consisterà nell’affidamento ai servizi sociali. C’è chi poi, concordata la pena, non la espierà perché nonostante abbia fatto cadere un governo in cambio di tre milioni, come l’ex senatore Sergio De Gregorio, ha ottenuto la sospensione. Tutto lecito, tutto previsto dalle norme grazie al patteggiamento che una volta era destinato agli imputati per i cosiddetti reati bagatellari (pene inferiori ai due anni) e dopo la riforma del 2003 è diventato applicabile anche a reati gravi con un tetto di 5 anni. Pena a cui potrebbe aspirare Salvatore Buzzi, ex ras delle cooperative rosse, imputato nel processo Mafia capitale.

Scandalo Mose: milioni di tangenti e un patteggiamento a 2 anni e 10 mesi
Una delle eccezioni riguarda Giancarlo Galan, ex presidente del Veneto già ministro della Cultura e ormai decaduto deputato della Repubblica, che non è riuscito a ottenere di essere affidato ai servizi sociali – causa i pasticci con la villa Rodella – e sta scontando ai domiciliari due anni e 10 mesi per aver ricevuto secondo la Procura di Venezia un vero e proprio stipendio di un milione di euro l’anno dalle aziende che si erano aggiudicate i lavori per il Mose, il sistema di dighe mobili destinato a proteggere la città lagunare dall’acqua alta. L’ex ministro è a casa e gode di due ore di permesso al giorno. Potrebbe tornare libero a metà novembre se come spiega l’avvocato Antonio Franchini “dovesse essere accolta l’istanza di liberazione anticipata”. Altrimenti ai primi di gennaio la pena sarà scontata. Per gli altri imputati, dopo il rinvio a giudizio, è in corso il processo. Tra loro anche l’ex sindaco Pd Giorgio Orsoni, il cui patteggiamento era stato respinto per la pena considerata appunto troppo bassa: quattro mesi per finanziamento illecito. Il dibattimento procede e in una delle ultime udienze sono stati sentiti gli investigatori della Guardia di finanza che hanno spiegato come, secondo le indagini, le fatture fossero pilotate in modo da finanziare l’avvocato prestato alla politica.

Contact

  • Phone:

    02-5748962

  • E-Mail:

    This email address is being protected from spambots. You need JavaScript enabled to view it.

Social